Psicologa clinica · Psicoterapeuta in formazione
A chi mi rivolgo: accompagno giovani adulti e adulti con background adottivo e genitori adottivi nei momenti in cui emergono domande su identità, origini, appartenenza e relazioni.
La trasformazione: comprendere e integrare la propria storia, riconoscere le dinamiche emotive e relazionali e individuare nuove possibilità di scelta.
Il mio approccio: Analisi Transazionale, integrata con strumenti narrativi ed esperienziali, scrittura e immaginazione guidata.
A chi mi rivolgo
Ogni percorso parte dalla persona, dalla sua storia e da ciò che sta vivendo nel presente.
per te
Ti aiuto a comprendere e integrare la tua storia adottiva, per sentirti più libero nelle relazioni e nelle scelte della tua vita. Non si tratta di cambiare il passato, ma di scegliere che significato può avere oggi nella tua vita.
per voi
Ti accompagno a comprendere meglio ciò che tuo/a figlio/a sta vivendo, leggere con maggiore consapevolezza emozioni e comportamenti e trovare modalità di relazione attente alla sua storia e ai suoi bisogni.
I miei servizi
Ogni percorso parte dalla persona, dalla sua storia e da ciò che sta vivendo nel presente.
Per adolescenti, giovani adulti e adulti che attraversano momenti di difficoltà o desiderano comprendere meglio se stessi.
Uno spazio per esplorare identità, appartenenza, origini, relazioni e la propria storia familiare.
Per comprendere i bisogni e le emozioni di tuo figlio e costruire modalità relazionali più efficaci e rispettose.
Uno spazio per comprendere le dinamiche che si ripetono, migliorare la comunicazione e affrontare insieme i momenti di crisi.
Le testimonianze
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— Paola M.
Chi sono
Nel mio lavoro accompagno adolescenti, giovani adulti e adulti nei momenti in cui qualcosa nella propria storia, nelle relazioni o nel modo di vedere se stessi inizia a chiedere maggiore attenzione.
Ho scelto di dedicare una parte importante della mia attività al mondo dell’adozione, lavorando con persone adulte con background adottivo e con genitori adottivi. È un ambito che studio da molti anni e che intreccia formazione professionale, esperienza clinica e storia personale.
Il mio orientamento è l’Analisi Transazionale. Integro scrittura, esercizi esperienziali, immaginazione guidata e strumenti narrativi come gli albi illustrati, in funzione della persona e del momento del percorso.


metodo
Il mio orientamento è l'Analisi Transazionale, un approccio che aiuta a comprendere il modo in cui abbiamo imparato a vedere noi stessi, gli altri e le relazioni e come alcune strategie costruite nel corso della nostra storia possano continuare ad accompagnarci anche quando non ci servono più allo stesso modo.
Nel lavoro sull'adozione questo significa non cercare una spiegazione unica a ciò che sentiamo, ma provare a riconoscere la funzione che alcune modalità hanno avuto nella nostra storia.
Adattarsi. Essere forti. Non chiedere troppo. Cercare di non deludere. Proteggersi dalle relazioni. Aggrapparsi ad esse.
Prima di cercare di cambiarle, possiamo provare a comprenderle.
Nel mio lavoro integro anche scrittura, esercizi esperienziali, immaginazione guidata e strumenti narrativi come gli albi illustrati, utilizzandoli in funzione della persona e del momento del percorso.

Oiuto adulti con background adottivo e genitori adottivi a comprendere il significato della propria storia e delle proprie relazioni, attraverso un approccio psicologico basato sull'Analisi Transazionale e integrato con strumenti narrativi ed esperienziali.
Recapiti
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Telefono: +39 3894485260
Studio: Piazza Duca d’Aosta 5, Bonate Sotto (BG) 24040
Dal Blog

In questo articolo ti spiego perché, in alcuni momenti, un comportamento molto intenso può essere una risposta automatica di protezione e come questa lettura possa aiutarti a intervenire con maggiore efficacia, senza rinunciare ai limiti e alla sicurezza.
Succede spesso che un genitore adottivo descriva reazioni difficili da comprendere: un bambino che esplode per un no, corre via quando viene richiamato oppure resta immobile e sembra non sentire più le parole dell’adulto. Da fuori il comportamento può apparire provocatorio, esagerato o volontario. Eppure, quando il sistema di allarme è molto attivo, il bambino può reagire prima ancora di riuscire a pensare a ciò che sta accadendo.
L’errore di leggere soltanto il comportamento
Il punto è che, davanti a una crisi, è facile concentrarsi unicamente su ciò che il bambino sta facendo: urla, colpisce, scappa, si chiude o non risponde. L’errore consiste nel pensare subito che voglia sfidare l’adulto, manipolarlo o rifiutare intenzionalmente la regola.
Se il genitore risponde aumentando il tono di voce, moltiplicando le spiegazioni o pretendendo un confronto immediato, l’attivazione può crescere. Il bambino si sente ancora più minacciato e l’adulto, non vedendo alcun risultato, può sentirsi impotente, arrabbiato o messo alla prova.
Questo non significa che ogni reazione intensa derivi da un trauma o dall’adozione. Il temperamento, l’età, la stanchezza, le difficoltà di regolazione e la situazione presente possono avere un peso importante. L’adozione non è automaticamente traumatica e il comportamento, da solo, non permette di ricostruire ciò che un bambino ha vissuto.
Quando il corpo percepisce un pericolo
Ciò che aiuta è osservare il comportamento chiedendosi anche che cosa stia accadendo nel corpo del bambino. Chi ha vissuto separazioni, cambiamenti improvvisi, trascuratezza o ambienti imprevedibili può aver imparato a riconoscere molto rapidamente i segnali di un possibile pericolo. A volte basta una voce più ferma, una separazione quotidiana, un cambiamento di programma o la sensazione di non avere controllo perché il sistema di allarme si attivi.
Come descrive Van der Kolk, quando non è possibile trovare aiuto o conforto di fronte a una minaccia, il corpo può prepararsi a combattere o a fuggire. Se né la lotta né la fuga sono possibili, può comparire una risposta di congelamento. Queste reazioni automatiche sono comunemente indicate come fight, flight e freeze.
Fight, attacco. Il bambino urla, insulta, spinge, colpisce o cerca lo scontro. Il corpo sembra prepararsi a combattere contro ciò che percepisce come minaccioso.
Flight, fuga. Il bambino corre via, si nasconde, evita il contatto, cambia discorso o cerca in ogni modo di sottrarsi alla situazione.
Freeze, congelamento. Il bambino resta immobile, appare assente, non risponde oppure sembra non riuscire a fare ciò che gli viene chiesto. Non è possibile concludere automaticamente che si tratti di dissociazione: può però essere un segnale di forte sopraffazione.
Queste risposte non sono scelte ragionate. Sono modi con cui l’organismo prova a proteggersi. Possono essere utili di fronte a un pericolo reale, ma diventare sproporzionate quando il presente viene letto attraverso un allarme costruito in esperienze precedenti.
Perché in quel momento le parole non arrivano
Nel suo articolo La storia di Fizza. Fondamenti neurobiologici dell’intervento sul trauma in età evolutiva, Cinzia Chiesa riprende il Neurosequential Model of Therapeutics di Bruce Perry e, sullo sfondo, il modello tripartito di Paul MacLean. Questa rappresentazione non descrive tre cervelli separati né compartimenti che lavorano isolatamente: è una mappa semplificata che aiuta a comprendere come le funzioni più complesse dipendano anche dalla regolazione dei sistemi più legati alla sopravvivenza.
Alla base, il tronco encefalico e il diencefalo partecipano alla regolazione degli stati corporei e alle risposte automatiche di allarme. È qui che gli stimoli sensoriali vengono registrati molto rapidamente e possono attivare reazioni motorie e fisiologiche prima che il bambino riesca a dare un significato consapevole a ciò che accade.
Il sistema limbico è coinvolto nell’elaborazione delle emozioni, nell’attaccamento e nelle risposte relazionali. Quando l’allarme cresce, paura, rabbia e bisogno di vicinanza o di distanza possono diventare difficili da modulare.
La corteccia sostiene funzioni come il linguaggio, l’apprendimento, la riflessione e la capacità di valutare le conseguenze. Queste capacità non scompaiono durante una crisi, ma possono diventare temporaneamente meno accessibili.
L’organizzazione è gerarchica e sequenziale: l’informazione sensoriale attiva dapprima i sistemi inferiori e procede poi verso le aree corticali. Se i circuiti dell’allarme sono molto attivati, chiedere subito al bambino di spiegare, imparare o ragionare può essere inefficace. Prima occorre favorire una sufficiente regolazione; solo dopo le parole e la regola possono tornare davvero disponibili.
Il cervello, inoltre, si modifica con l’esperienza. Chiesa sottolinea che esperienze precoci coerenti, prevedibili e accudenti sostengono l’organizzazione dei sistemi di regolazione; al contrario, paura persistente, caos o trascuratezza possono rendere l’allarme più facile da attivare. Un’espressione del volto, un tono, un suono o uno stile di interazione possono così essere letti come minacciosi anche quando, nel presente, non indicano un pericolo reale.
Questa prospettiva non autorizza a dedurre dal comportamento una storia traumatica precisa. Aiuta piuttosto a formulare un’ipotesi prudente: in quel momento il bambino potrebbe avere meno accesso alle capacità che possiede quando si sente al sicuro.

L’età anagrafica non racconta sempre il funzionamento del momento
Un altro passaggio dell’articolo di Chiesa riguarda la differenza tra età cronologica e livello di funzionamento. Un bambino può avere competenze adeguate alla propria età in condizioni tranquille e, quando è sopraffatto, reagire come se avesse bisogno di un sostegno molto più elementare. Non significa infantilizzarlo o abbassare stabilmente le aspettative: significa riconoscere che, prima di chiedergli autocontrollo e riflessione, può essere necessario aiutarlo a ritrovare uno stato in cui quelle capacità siano nuovamente accessibili.
Un rilevatore di fumo troppo sensibile
Puoi immaginare il sistema di allarme come un rilevatore di fumo diventato molto sensibile. Non suona soltanto quando c’è un incendio: può attivarsi anche per il vapore della cucina. Il segnale è reale, perché il corpo percepisce davvero un pericolo, ma non sempre corrisponde alla gravità della situazione presente.
Per esempio, un genitore comunica che è ora di spegnere il tablet. Il bambino può non vivere quel momento soltanto come un limite, ma come una perdita improvvisa di controllo. Può urlare e lanciare l’oggetto, correre in un’altra stanza oppure bloccarsi e non rispondere. Tre comportamenti diversi possono nascere dallo stesso stato di allarme.
Van der Kolk ha mostrato come le esperienze traumatiche possano continuare a esprimersi attraverso il corpo e le reazioni emotive, anche quando la persona non riesce a tradurre immediatamente ciò che sente in parole. Daniel Siegel sottolinea il rapporto tra mente, cervello e relazioni: la capacità di regolarsi si sviluppa anche attraverso esperienze ripetute di presenza e connessione con un adulto.
Questi contributi aiutano a cambiare domanda. Invece di fermarsi a «Perché si comporta così?», il genitore può chiedersi: «Che cosa sta percependo come pericoloso in questo momento e che cosa può aiutarlo a tornare sufficientemente calmo da ascoltare?».
Comprendere non significa giustificare
Leggere la paura o l’allarme sotto il comportamento non significa permettere al bambino di fare male a sé stesso o agli altri. Se colpisce, l’adulto deve interrompere il gesto e proteggere le persone presenti. Il limite rimane necessario; ciò che cambia è il modo in cui viene comunicato.
Non ti lascio colpire. Sono qui. Ne parleremo quando saremo più calmi.
Chiesa indica la regolazione come punto di partenza del lavoro sul trauma. Per un genitore, durante il picco della crisi, questo significa usare poche parole, un tono fermo e non minaccioso, ridurre gli stimoli e offrire segnali semplici e prevedibili. Anche il ritmo e il movimento — per esempio camminare lentamente o dondolarsi — possono aiutare alcuni bambini; il contatto fisico va proposto soltanto se è ricercato o ben tollerato. Non è il momento per una lunga spiegazione, per chiedere «Perché l’hai fatto?» o per pretendere subito delle scuse.
Quando l’attivazione diminuisce, la relazione può tornare a sostenere il ragionamento. Diventa allora possibile dare parole a ciò che è accaduto, riprendere la regola e cercare una forma di riparazione. La sequenza è importante: prima la sicurezza e la regolazione, poi la connessione, infine la riflessione. Questo non elimina il limite; rende più probabile che il bambino riesca a comprenderlo e, nel tempo, a farlo proprio.
In sintesi
Per affrontare una reazione intensa senza ridurla a disobbedienza e senza giustificare ciò che mette in pericolo, ricorda questi passaggi:
1. Metti in sicurezza. Interrompi con fermezza i gesti pericolosi e riduci, quando possibile, gli stimoli intorno al bambino.
2. Regola prima te stesso e offri co-regolazione. Abbassa la voce, rallenta e usa poche parole. La tua calma non risolve tutto, ma evita di aumentare l’allarme e offre al bambino un riferimento più stabile.
3. Mantieni un limite semplice. Puoi riconoscere la fatica senza accettare il comportamento: «Capisco che sei molto arrabbiato, ma non ti lascio fare male».
4. Ragionate dopo. Quando il corpo è tornato più calmo, ricostruite insieme ciò che è successo, riprendete la regola e cercate una possibilità di riparazione.
Osservare attacco, fuga e congelamento come possibili risposte di protezione permette di vedere il bambino oltre il comportamento. Non offre una spiegazione unica e non elimina la necessità dei confini. Aiuta però il genitore a tenere insieme due compiti: proteggere la relazione e fermare ciò che non è sicuro.
Se ti riconosci in queste situazioni
Se alcune reazioni di tuo figlio sono frequenti, molto intense o difficili da gestire, non significa che tu abbia fallito come genitore. Può essere utile osservare quando compaiono, che cosa sembra anticiparle e che cosa favorisce il ritorno alla calma, senza trasformare ogni episodio nella prova di un trauma passato.
Nel mio lavoro accompagno i genitori adottivi a comprendere meglio ciò che il proprio figlio sta vivendo, a mantenere confini chiari e a costruire un ambiente più stabile, prevedibile e sicuro. Quando le crisi mettono a rischio il bambino o altre persone, oppure occupano molto spazio nella vita familiare, è importante chiedere una valutazione professionale specifica.
Fammi sapere che cosa ne pensi: nelle situazioni che vivi riconosci maggiormente l’attacco, la fuga o il congelamento? Se provi ad applicare questi passaggi, raccontami che cosa cambia nel modo in cui affronti quei momenti. La tua esperienza è importante per me. Se desideri approfondire ciò che accade nella tua famiglia, puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo gratuito.
Dott.ssa Federica Jackeline Pagani
Psicologa clinica e psicoterapeuta
Riferimenti essenziali
Chiesa, C. (2023). La storia di Fizza. Fondamenti neurobiologici dell’intervento sul trauma in età evolutiva. In S. Ligabue (a cura di), Esperienze traumatiche e processi di partecipazione. Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane, 79-80. Enrico Damiani Editore.
MacLean, P. D., (1973), trad. It. Evoluzione del cervello e comportamento umano, Einaudi, Torino 1984
Siegel, D. J. (2021). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale (3ª ed.). Raffaello Cortina Editore.
van der Kolk, B. (2014). trad. It. Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore, Milano 2015
Federica Jackeline Pagani – Psicologo/a
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